| Una volta sola
Donatella Decise
Firenze, 10 luglio 1933
Alvise chiuse per un attimo gli occhi, raddrizzò la schiena togliendosi il monocolo e si passò una mano sulla fronte sudata.
Faceva caldo in laboratorio, un caldo umido che rendeva l’aria densa e quasi irrespirabile.
Il dorso gli doleva. Non era facile tenere a lungo una posizione così reclinata in avanti, ma d’altra parte aveva dovuto gettare – a malincuore - il vecchio sgabello ormai consumato, e quello nuovo era un po’ troppo alto, lo faceva stare chino sul bancone per molte ore al giorno, acuendo il dolore che da qualche tempo lo tormentava.
Si sgranchì il collo piegandolo alternativamente a destra e a sinistra, tenendo gli occhi socchiusi.
“Si muore qui dentro…” borbottò tra sé e sé, assaporando il sollievo che il movimento temporaneamente gli offriva.
La lampada a olio, accesa per gran parte della giornata, non aiutava ad abbassare la temperatura del locale, ma un po’ di luce in più gli era assolutamente indispensabile perché il suo era un lavoro di estrema precisione e, comunque, la vista non era più quella di una volta.
Con la lente monoculare se la cavava, ma la stanchezza si faceva sentire sempre più di frequente, costringendolo spesso a sollevare lo sguardo dal suo piccolo capolavoro.
Alvise Nenci, mastro orologiaio di Firenze, stava esaminando la forma di un asse da bilanciere, che aveva appena rifinito con un tornio Lorch da sei millimetri.
Lo girò e lo rigirò tra le dita, cercandone ogni possibile asimmetria che avrebbe compromesso il perfetto funzionamento del meccanismo, lo scrutò a fondo sotto ogni possibile angolazione, immaginandolo già inserito nella sua sede tra ingranaggi altrettanto perfetti.
Soddisfatto del risultato, lo ripose insieme ad alcune rotelle dentellate che conservava con cura in una scatolina di legno.
La sua creatura stava per vedere la luce: doveva essere l’orologio più elegante ed insieme più preciso di tutta Firenze, il fiore all’occhiello di una vita dedicata all’arte dell’orologeria; i clienti avrebbero fatto a gara per averlo, garantendogli un sostanzioso introito, in denaro e in fama.
Non che di fama avesse bisogno, anzi. Poteva senza dubbio fregiarsi del titolo di miglior orologiaio di Firenze, forse dell’intera Toscana, e il denaro in quel momento era l’ultimo dei suoi pensieri. Ma l’opera a cui si stava dedicando assorbiva ogni sua energia, e Alvise avrebbe passato anche tutte le notti a vedere il miracolo della perfezione compiersi pezzo dopo pezzo davanti ai suoi occhi.
La sua era passione prima che lavoro.
Niente gli dava la stessa scarica di adrenalina di una molla in tensione che, allentandosi impercettibilmente, genera attraverso un movimento armonico il primo, musicale ticchettio: un solo, fuggevole istante che lo ripagava di ore di fatica e sacrificio.
Decise che per quella sera aveva lavorato abbastanza.
Riordinò il bancone, spense la lampada, si avviò alla porta e prima di uscire ripercorse con lo sguardo l’interno del laboratorio immerso nel silenzio. Niente fuori posto. Poteva vedere tutto il locale grazie alla luce dei lampioni già accesi nella via: le pareti rivestite in legno, gli scaffali traboccanti di scatole e barattoli di latta, il bancone massiccio e imponente che occupava gran parte dello spazio a disposizione.
Per trent’anni quel locale minuscolo di Porta al Prato era stato in un certo senso la sua casa.
Ora che in famiglia l’atmosfera era cupa, permeata di sinistra rassegnazione, le quattro pareti del laboratorio erano diventate il suo rifugio, l’oasi dentro la quale sottrarsi a un’impalpabile sensazione di ineluttabilità.
Sospirò, chiuse la porta e abbassò la serranda con un movimento meccanico - lo stesso ogni sera da trent’anni - per incamminarsi lentamente lungo via Magenta, rischiarata da chiazze di fredda luce elettrica.
“Serata africana eh, Alvise?”
Giovanni, suo cliente e vecchio amico oltre che titolare di una fornita libreria in una traversa di via de’ Tornabuoni, fumava una sigaretta pacificamente seduto sui gradini di casa.
“Già”, rispose Alvise evasivo, salutando con un gesto della mano.
Non aveva voglia di fare conversazione.
La serata era afosa, un luglio così caldo non lo ricordava davvero.
Si rese conto che ogni anno ripeteva esattamente la stessa cosa, un mezzo sorriso ironico gli si dipinse sul volto.
Come l’anno scorso. Gli anni scorsi. Improvvisamente si rivide sereno, ripercorrere la stessa strada qualche estate prima.
Lo avvolse un velo di nostalgia per i vecchi lampioni a gas, con le fiammelle che, danzando dietro il vetro, disegnavano per terra e sulle facciate dei palazzi strane forme traballanti di luci e ombre che, nella sua immaginazione, diventavano bianche lenzuola stese agitate dal vento.
I primi lampioni a scomparire erano stati quelli delle vie del centro, fino ad arrivare via via ai quartieri più periferici dove ne resisteva ancora qualcuno, solitario baluardo destinato ad essere smantellato per lasciare il passo alla più moderna e impersonale illuminazione elettrica.
Arrivò sul Lungarno, attraversò la strada e si diresse verso il parapetto per cercare un po’ di sollievo nella leggera corrente d’aria che saliva dal fiume.
Lo raggiunse un alone di quello che lui definiva “l’odore dell’estate”, penetrante come quello della terra bagnata, ma più sfuggente, un odore che lasciava, dopo averlo espirato, un senso profondo di serenità.
Non si dovrebbe morire d’estate…
All’altezza di Piazza d’Ognissanti rivolse uno sguardo al Grand Hotel, l’edificio imponente e lussuoso che ospitava ogni giorno personalità della politica e dell’economia, funzionari che nei loro giri d’affari giungevano a Firenze per incontri strategici con clienti importanti e ricchi acquirenti. Forse alcuni di loro portavano in tasca un orologio proveniente dal suo laboratorio, chissà.
Dal Lungarno poteva già vedere il portone di casa, silenzioso guardiano di un’intimità che fino a poco tempo prima era stata solida e inviolabile.
Sapeva che non avrebbe dovuto passare così tanto tempo al laboratorio. Il suo posto era a casa. Ma non era mai stato forte, al contrario di Virginia.
Sulla soglia lo aspettava il piccolo Umberto, che gli corse incontro saltandogli al collo.
“Papà, papà!”
“Dov’è Leda?”
“E’ dentro, da mamma.”
Alvise entrò con il figlioletto in braccio, salutando i presenti.
Leda, la figlia sedicenne, usciva in quel momento dalla stanza della madre.
Quella sera seduto in un canto c’era anche Luigi, il fratello che lavorando sodo quanto lui era riuscito a portare a termine gli studi all’Università ed aprire una farmacia a Padova, insieme alla moglie Irma.
E poi Virginia, l’unica donna che fosse mai riuscita a farlo veramente innamorare.
Virginia, stesa sul letto, ormai quasi incapace di muoversi. Nessun medico aveva avuto il coraggio di darle false speranze, lasciandola da ormai due mesi in condizioni di lucido, progressivo ed irreversibile indebolimento fisico e psichico. Solo i suoi occhi erano ancora vividi e brillanti.
Alvise entrò lentamente nella grande camera semibuia.
Si chinò per baciare sua moglie, ma prima che potesse rialzarsi ed allontanarsi lei lo trattenne per un braccio.
Restarono a lungo a guardarsi, senza dire una parola. La loro muta conversazione passò dalla complicità, alla tenerezza, a quello che ad Alvise sembrò uno sguardo di rimprovero.
“Aiutami…” gli disse lei con voce sommessa.
Alvise sgranò gli occhi.
“Tuo fratello, la farmacia. Aiutami.”
Disorientato, incredulo, Alvise capì immediatamente quello che lei gli stava chiedendo.
“Non posso, Virginia, lo sai che non posso.”
“...Aiutami.”
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